I miei computer, console e programmi retro
Secondo posto a “Bissa la fantasia” durante BissaBook 2026
Il 16 maggio a Costabissara, ho partecipato a BissaBook 2026, una giornata dedicata ai libri, agli autori e alle storie.
Tra gli appuntamenti dell’evento c’era anche il concorso letterario “Bissa la fantasia”, al quale ho partecipato con il racconto “La panchina”.
Con mia grande soddisfazione, il racconto si è classificato al secondo posto.
La motivazione della giuria recita:
La motivazione di Linda: un racconto di grande delicatezza che spinge a soffermarsi sul nostro quotidiano e come il bello stia non solo negli occhi di chi guarda ma stia tutto intorno a noi, costantemente. Basta fermarsi; su una panchina, ad esempio.
La motivazione di Simone: per la padronanza ritmica, per l’eleganza della prosa e per averci ricordato che il piacere della scoperta si nasconde (anche) dietro i piccoli gesti quotidiani.
Ricevere un riconoscimento fa sempre piacere, naturalmente. Ma ciò che conta di più è scoprire che una storia nata davanti a una tastiera è riuscita ad arrivare fino a qualcun altro.
È forse questa la parte più misteriosa dello scrivere: si parte quasi sempre da soli, senza sapere con certezza se dall’altra parte ci sarà qualcuno disposto a seguirci.
Questa volta qualcuno c’era.
Ecco qui il racconto:
LA PANCHINA
Camminava senza meta per il paese.
Si era svegliato presto, troppo presto. Mancavano ancora un paio d’ore prima che lui e i colleghi dovessero raggiungere la fiera e presidiare lo stand.
Era solo il secondo giorno e non stava andando bene. Pochi contatti, poche persone davvero interessate al loro prodotto. Soldi e tempo, probabilmente, buttati via. E quel pensiero continuava a scavare dentro, come la punta di un trapano che gira e piano piano avanza.
Seguendo una strada tranquilla si ritrovò a costeggiare un lungo muro di pietra, alto e continuo, che sembrava non finire mai. Villa San Carlo, gli avevano detto. Un luogo antico, roba di secoli, una dimora dei Conti Bissari. Lui non sapeva cosa aspettarsi. Era la prima volta in quel paese e non si era nemmeno fermato per guardarlo davvero, fino a quel momento. Continuò a camminare finché arrivò a un ingresso. Un parco si apriva oltre la cancellata, ma qualcosa lo fece voltare. Alla sua destra vide un altro parco, con un viale alberato che correva dritto verso la piazza del Comune. Un cartello lo indicava come il «Parco del Donatore». Poco più in là c’era una fontana curiosa.
La fontana raffigurava due fanciulli di bronzo, uno di fronte all’altro. Una teneva un fiore tra le mani, l’altro era a cavallo di una cicogna, o forse di un pellicano. Una piccola vasca univa la base delle statue e l’acqua scorreva con pazienza, cadeva con un leggero mormorio, stendendo un velo continuo e trasparente che sembrava lì da sempre. In quella fontana c’era un’idea semplice e genuina. Non sapeva perché, ma mentre guardava quell’acqua non si sentì fuori posto.
Fu allora che gli arrivò.
Non una voce. Nemmeno un suono. Più che altro un invito, un pensiero gentile che non era nato nella sua testa.
Siediti.
La panchina era poco distante. Senza capire perché si avvicinò e si sedette.
Appoggiò le mani sul legno. Era fresco, non freddo. Liscio in certi punti, segnato dal tempo in altri.
Chiunque si fosse seduto lì prima di lui, chissà cosa aveva guardato. Chissà cosa stava aspettando. Poi lo sguardo si perse tra gli alberi e le case. Costabissara, a quell’ora, sembrava sospesa, come se il mattino si fosse fermato un attimo prima di ricominciare. I dubbi sul lavoro e le preoccupazioni cominciarono, lentamente, a scivolargli via. In quel posto c’era una calma strana. Non era solo silenzio. Era come se quel legno si fosse tenuto dentro qualcosa. Il peso, forse, di altra gente passata di lì. Pensieri, stanchezza, attese. Respirò più lentamente.
Tra gli alberi passò un soffio leggero. Forse era solo aria del mattino. Forse no. Restò immobile, mentre qualcosa dentro di lui rallentava. Un pensiero dopo l’altro. Una tensione dopo l’altra. Come gocce che a un tratto smettono di cadere una dietro l’altra.
Poi affiorò un ricordo. Bello, netto, inatteso. Uno di quelli che credeva perduti, ma che erano sempre rimasti lì.
Quando si alzò, non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse rimasto seduto. Guardò ancora una volta la fontana, gli alberi, il viale. Poi tornò indietro.
Lo stand, i colleghi, la giornata, la fiera lo stavano ancora aspettando. Si avviò verso di loro con passo diverso. Più leggero.